Sfere rosse luminose nel West americano
Al centro della terza serie di documentazione del progetto PURSUE c’è un articolo che documenta l’incertezza del fenomeno anziché risolverla.
Il 12 giugno 2026, il Dipartimento della Guerra ha pubblicato la terza serie di documenti PURSUE sul proprio portale war.gov/UFO. L’attenzione della stampa si è concentrata principalmente sulle immagini: sei video di “sfere luminose” realizzati dall’FBI nel 2026 sulla base di testimonianze oculari, tra cui diverse ricostruzioni artistiche.
Tre giorni prima, il 9 giugno, l’ex ufficiale dei servizi segreti David Grusch - insieme a un gruppo bi-partisan di rappresentanti eletti e a diverse personalità di spicco – tra cui Tim Burchett, Eric Burlison, Tim Gallaudet, Leslie Kean e A.P. Luna - ha chiesto, sui gradini del Campidoglio, la declassificazione dei fascicoli ancora tenuti segreti.
In risposta a una domanda specifica, Grusch ha inoltre richiamato l’attenzione del pubblico su un documento in particolare: una valutazione australiana classificata come segreta nel 1971, firmata dal capo del dipartimento di intelligence nucleare di Canberra, che secondo lui documenta «l’insabbiamento dei fatti da parte degli Stati Uniti e il coinvolgimento della CIA». Disponibile dal 2023 presso gli Archivi Nazionali d’Australia, figura anche nella raccolta di documenti che Washington sta attualmente declassificando ai sensi della Sezione 1842 del NDAA. Torneremo su questo punto.
All’interno di questa raccolta, un documento in particolare merita un’attenzione maggiore rispetto agli altri. Con il nome in codice «Western U.S. Event», DOW-UAP-D077, è firmato da Jon T. Kosloski, direttore dell’All-domain Anomaly Resolution Office (AARO).
È probabilmente il memorandum più metodico dell’intera raccolta. Il suo valore risiede non tanto in ciò che rivela, ma nel modo in cui distingue tra ciò che è accertato, ciò che è escluso e ciò che rimane aperto.
Sei agenti, un «sfera madre», sfere luminose rosse
Datato 5 giugno 2026 e classificato al primo posto tra i quattro casi elencati sul portale, il memorandum riassume un rapporto risalente a due anni e mezzo prima. Nell’ottobre 2023, nell’arco di due giorni, sei agenti della polizia giudiziaria federale, operanti in coppia nei pressi di un sito sensibile per la sicurezza nazionale nell’Ovest americano, hanno segnalato al crepuscolo «sfere che lanciano altre sfere» (D077, p. 1). Ciascuna coppia ha descritto, da un’angolazione diversa, oggetti con le stesse caratteristiche.
Lo schema si ripete. Una «sfera madre» di colore arancione luminoso sembra generare sfere rosse luminose più piccole, una dopo l’altra, più volte nel corso di poche ore. La sfera madre appare per uno o due secondi, rilascia un gruppo di due o quattro sfere rosse, poi scompare.
Le sfere rosse seguono traiettorie che i testimoni considerano anomale: movimenti orizzontali che sembrano coordinati, apparenti variazioni di quota. Rimangono visibili per alcuni secondi, tranne una, che è rimasta ferma sopra un crinale «per diverse ore». L’intero fenomeno è descritto come «silenzioso».
C’è un dettaglio significativo; in una nota a piè di pagina, l’AARO precisa che il vocabolario descrittivo è quello dei testimoni, riprodotto alla lettera «al fine di preservare l’integrità dei resoconti narrativi». Infatti, «sfere», «sfera madre» e «sfere rosse» sono costantemente riportati tra virgolette. L’Ufficio non fa proprie queste parole: le cita. Laddove l’AARO scrive «sfere» tra virgolette, il commento pubblico, dal canto suo, fa riferimento al plasma: al Campidoglio il 9 giugno, Grusch ha parlato di un continuum che va dalla vita «bipede» a una «forma di vita cosciente basata sul plasma». Questa cautela tipografica, una caratteristica costante del lavoro dell’AARO, è di per sé indicativa di come un’agenzia seria gestisca una testimonianza.
La lacuna nei dati
L’AARO individua immediatamente la lacuna. Gli agenti non hanno raccolto alcun «materiale video, immagini fotografiche o altri dati tecnici» (D077, p. 2) durante l’incidente.
Tutto si basa sulla testimonianza. Tuttavia, l’AARO sottolinea che la stima visiva della distanza, delle dimensioni, della velocità e della direzione degli oggetti senza punti di riferimento, di notte, è vincolata da limiti intrinseci «biologici e percettivi».
Vale la pena sottolineare questo punto, poiché contraddice l’impressione creata dal comunicato stesso. I video pubblicati online non sono riprese dell’evento: sono ricostruzioni prodotte dall’FBI nel 2026 sulla base delle testimonianze del 2023. Il fascicolo, quindi, non contiene dati strumentali. Ciò che stiamo osservando non è il fenomeno in sé, ma una rappresentazione visiva della sua descrizione.
Nonostante un’analisi approfondita, permangono dei dubbi
A questo punto inizia il lavoro più impegnativo. L’AARO ha incrociato le testimonianze con i registri di volo commerciali e militari, i dati radar, le stime spaziali e i dati ADS-B, prima di riesaminare le ipotesi.
È stata esclusa la scia di scarico di un velivolo militare: gli aerei volavano troppo in alto e l’ipotesi non si concilia con il silenzio, il volo stazionario o l’apparente «lancio» di sfere luminose. I droni sono considerati improbabili: una durata di diverse ore supera l’autonomia dei droni multi-rotore standard. L’attività di intelligence straniera è ritenuta «altamente improbabile», poiché i profili cinematici si discostano troppo dai sistemi avversari noti.
Le cause naturali – sia meteorologiche che astronomiche – sono state escluse a causa del cielo sereno, della varietà degli angoli di osservazione e della persistenza per diverse ore, fenomeni che né una meteora né il riflesso di un satellite potrebbero produrre.
Ciò lascia due possibilità sulle quali l’Ufficio non ha ancora raggiunto una conclusione. La prima è prosaica: esche a infrarossi. I registri di volo confermano che velivoli militari operavano nella zona e le stavano dispiegando durante un’esercitazione. La posizione dei fenomeni, la loro direzione apparente e l’ora di osservazione sono altamente coerenti con i dati radar e ADS-B, al punto che l’AARO stima che circa il 60 per cento dell’attività «possa essere ragionevolmente attribuito a velivoli militari» (D077, p. 3).
La seconda linea di indagine è più scomoda, e un resoconto affrettato tende a trascurarla: una capacità americana che non era stata sottoposta a «de-conflict» (cioè non era stata verificata incrociando i dati con le risorse amiche note). L’Ufficio ha esaminato i programmi gestiti dal Pentagono e dalla comunità dell’intelligence per verificare se l’ora, il luogo e le caratteristiche descritte corrispondessero a un sistema americano.
La conclusione è ambigua: alcune caratteristiche corrispondono a tecnologie militari note, ma i dati disponibili non consentono di stabilire la loro presenza sul posto, e nessuna singola capacità spiega l’intero fenomeno. «Plausibile, ma inconcludente», afferma.
Un dettaglio illustra la gerarchia delle prove. Gli agenti, che l’AARO ha ritenuto avessero «conoscenza professionale delle caratteristiche visive dei razzi di segnalazione militari», hanno dichiarato che i fenomeni non presentavano tali caratteristiche.
L’Ufficio mantiene tuttavia l’attribuzione parziale, osservando che le specifiche esche trasportate quel giorno differiscono dalle esche illuminanti standard. Di fronte a sei testimoni esperti, sono quindi i registri di volo e il radar a essere determinanti, non le impressioni visive.
Circa il 40 per cento rimane inspiegabile. Per questa parte, il radar e l’ADS-B non mostrano alcun velivolo noto nella linea di vista stimata da terra. E un caso sfugge a ogni spiegazione: il globo rosso rimasto fermo per diverse ore, «fisicamente incompatibile con il tempo di combustione e la velocità di discesa di qualsiasi razzo di segnalazione militare conosciuto» (D077, p. 3). È solo sulla base di questa prova residua che l’AARO avanza l’ipotesi di una «tecnologia non riconosciuta». Ma lo fa senza alcuna base concreta: un’ipotesi provvisoria, per processo di eliminazione, «non supportata da dati tecnici o prove materiali» (D077, p. 4). Avanzata e immediatamente ritirata.
Ciò che spinge a proseguire le indagini anziché chiuderle è una combinazione di fattori: la coerenza dei resoconti se considerati da più angolazioni, la familiarità degli agenti con l’ambiente operativo e la somiglianza con altri avvistamenti nella stessa regione.
L’AARO lo afferma senza mezzi termini, ed è proprio questo il punto centrale del rapporto: non trae alcuna conclusione, ma documenta un’incertezza che si rifiuta di risolvere. Un globo rosso fermo che nessuno riesce a spiegare, e non un solo passo compiuto per indagare ulteriormente.
Gemini: un dossier importante, dettagli secondari
Si potrebbe obiettare che, all’interno dello stesso comunicato, vi sia una mole di materiale ritenuto più solido e serio: i resoconti degli astronauti dei programmi Mercury e Gemini, quasi 1.900 pagine di trascrizioni tecniche (da NASA-UAP-D015 a D022). Sebbene ci si potesse aspettare che fornissero la prova schiacciante che è rimasta al di là del regno del folklore, la lettura di queste pagine riporta con i piedi per terra, ed è proprio questo che le rende interessanti.
Gli elementi veramente anomali sono rari e quasi sempre risolti dagli stessi equipaggi.
Le parole che fanno venire i brividi alla letteratura ufologica si rivelano, a prima vista, dei falsi amici: il «piattino» del Gemini 5 (D020, p. 178) è un piattino da tavola a cui Cooper paragona il diametro di una colonna di fiamma; l’«non identificato» del Gemini 4 (D018, p. 96) si riferisce semplicemente a una difficoltà nel chiudere un portello. Anche gli unici tre elementi davvero ricorrenti sono, a loro volta, banali. Le «lucciole» del Mercury (D015, p. 201) - quelle particelle luminose che indussero Glenn a ruotare la capsula di 180 gradi per osservarle - si rivelano nient’altro che vernice o altre particelle staccatesi dalla sua stessa navicella.
Il grande oggetto avvistato durante il rientro dall’equipaggio del Gemini 5 (D020, p. 191) è attribuito dallo stesso Conrad alle loro attrezzature espulse, come uno zaino a reazione o un adattatore, che bruciavano nell’atmosfera. E la luce zodiacale che McDivitt e White fotografarono prima dell’alba (D018, p. 121) è un fenomeno astronomico ben noto.
Per quanto riguarda il caso più famoso – l’oggetto cilindrico con un braccio che McDivitt avrebbe osservato sulla Gemini 4 – esso è semplicemente assente dal testo di questi resoconti. Preso alla lettera, il dossier ufficiale degli astronauti non è il deposito di fenomeni inspiegabili che si potrebbe immaginare: si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di banali questioni ingegneristiche. Ed è questa osservazione, più di qualsiasi aneddoto, che merita di essere aggiunta agli atti.
Il destino del famoso «bogey» fa luce sul meccanismo inverso – quello che crea l’inspiegabile.
Il termine non compare in nessuno degli otto resoconti tecnici; nemmeno una volta.
Il famoso scambio: «Ho avvistato un bogey a ore 10, in quota», attribuito a Borman sulla Gemini 7, compare solo in una raccolta inviata al Congresso e alla Casa Bianca nel 1998 (USG-UAP-D001, p. 36). Tuttavia, nella stessa pagina, quando interrogato da Houston, Borman afferma di avere «diversi avvistamenti confermati», ma aggiunge immediatamente di avere «il booster in vista»: lo stadio del Titan II espulso, accompagnato da ghiaccio e detriti in orbita, che fornisce la spiegazione standard. La trascrizione contiene quindi elementi che la rimettono nella giusta prospettiva. Si tratta di un esempio da manuale di una «teoria» sugli UFO costruita a partire da frammenti decontestualizzati, e del filo conduttore che collega il programma spaziale a una decisione presa nel 1953.
1971, 1953: la radice del sospetto e il Robertson Panel
L’origine della diffidenza istintiva che oggi circonda ogni oggetto luminoso non è ancora stata compresa. Fu Grusch a identificare la fonte documentaria, in risposta a una domanda.
Ha rimandato il pubblico a «una valutazione australiana risalente al 1971, precedentemente classificata come “segreta” e ora declassificata», conservata presso l’Archivio Nazionale Australiano, raccomandando la lettura delle pagine da 7 a 16; il documento,
A suo avviso, redatto dal «capo della sezione nucleare», documenta «l’occultamento dei fatti da parte degli Stati Uniti e il coinvolgimento della CIA».
Il documento esiste. Si tratta di un documento di sintesi dell’Organizzazione congiunta di intelligence australiana (NAA: A13693, 3092/2/000), firmato il 27 maggio 1971 da O.H. Turner, capo della sezione nucleare. Ma va letto per quello che è. Turner si limita a firmare una sobria nota di accompagnamento, che inoltra due documenti allegati «compilati sulla base di rapporti ufficiali e dichiarazioni della CIA, dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti, delle audizioni congressuali e degli archivi del Progetto Blue Book». Le affermazioni sensazionali attribuitegli dal movimento per la divulgazione compaiono in realtà nella sintesi del rapporto allegato.
In esso si afferma che l’Ufficio di Intelligence Scientifica della CIA, «nel contesto della riunione del Comitato Robertson tenutasi a metà gennaio 1953», avrebbe esercitato pressioni sull’Aeronautica Militare degli Stati Uniti affinché trasformasse il Progetto Blue Book in uno strumento pubblico di «smentita»; e che, erigendo «una facciata di ridicolo», gli Stati Uniti avrebbero cercato di nascondere «il vero programma americano volto a sviluppare velivoli in grado di imitare le prestazioni degli UFO».
Ciò che è ben accertato e verificabile è che, nel gennaio 1953, il Comitato Robertson raccomandò una politica pubblica di «smentita» del fenomeno, un episodio che Sentinel News ha già raccontato in dettaglio. Lo scetticismo descritto da Turner nel 1971, e invocato da Grusch nel 2026, deriva da questa decisione documentata.
Ciò che lo Stato cercò di minimizzare, oggi viene nuovamente esaltato
La terza pubblicazione è uscita il 12 giugno 2026. Lo stesso giorno, il film di Steven Spielberg *Disclosure Day* è uscito nelle sale. La trama segue un informatore determinato a rivelare l’esistenza di forme di vita non umane.
Lo slogan del film, ripreso dalla stampa, proclama che la verità «appartiene a 7 miliardi di persone»: quasi la stessa identica frase pronunciata tre giorni prima sui gradini del Campidoglio, dove la giornalista Leslie Kean aveva affermato che la consapevolezza di non essere soli «appartiene all’intera umanità».
C’è qualcosa di profondamente inquietante in questo ritorno al punto di partenza.
Nel 1953, una commissione scientifica raccomandò di gestire la percezione pubblica del fenomeno per ricondurlo nell’ambito dell’ordinario. Settantatré anni dopo, il regista che più di ogni altro ha plasmato l’immaginario collettivo sugli extraterrestri lancia un film dedicato alla rivelazione proprio nel giorno in cui il governo pubblica documenti autentici, utilizzando un lessico che la narrativa di finzione e il movimento per la divulgazione ormai condividono quasi parola per parola.
Ciò che lo Stato cercava di ridimensionare, i tempi attuali stanno ora riportando in primo piano.
Ciò che resta è un fatto ostinato, documentato dall’AARO: una sfera rossa luminosa rimasta immobile per diverse ore sopra un crinale, un fenomeno che nessuna ipotesi nota riesce a spiegare e che nessuna misurazione è in grado di giustificare.
Verifica della traduzione all’inglese di Piero Zanaboni





