Un nuovo studio svela i possibili modelli comportamentali degli UAP
Il 20 aprile 2026, la SCU ha pubblicato uno studio che esamina l'attività degli UAP nei settori militare e pubblico negli Stati Uniti continentali dal 1945 al 1975
Intitolato “UAP Operational Presence, 1945–1975”, lo studio si concentra sulla valutazione del comportamento degli UAP e sui limiti di risorse con cui dovevano fare i conti.
Attingendo al database di Sparks sui casi “sconosciuti” del Progetto Blue Book, agli archivi supplementari del NICAP e a quattro precedenti pubblicazioni della SCU, gli autori dello studio - Ian M. Porritt, Larry J. Hancock e Sean Grosvenor - hanno analizzato un totale di 1.163 segnalazioni di UAP.
Ian M. Porritt è laureato alla Massey University. È specializzato nell’analisi di dati tecnici a fini di ricerca e sviluppo. Mette la sua competenza al servizio di varie organizzazioni, tra cui la SCU, e collabora al progetto Galileo.
Larry Hancock si è laureato in storia e antropologia culturale presso l’Università del New Mexico. Ha condotto ricerche e scritto libri sulla storia della Guerra Fredda e su questioni di sicurezza nazionale. Ha dedicato la sua carriera all’istruzione tecnica, all’informatica, alle comunicazioni e al marketing tecnologico.
Sean Grosvenor è un consulente forense ed ex membro della Polizia di Stato dell’Illinois. Fornisce consulenza a diverse organizzazioni in materia di indagini e valutazione dei servizi di intelligence ed è stato coinvolto in iniziative volte allo studio di forme avanzate di intelligenza non umana.
Gli autori miravano a identificare modelli comportamentali, ritmi operativi e potenziali limiti di risorse associati alla presenza di intelligenze non umane (NHI).
Sebbene queste banche dati elenchino casi che rimangono inspiegabili dopo che le spiegazioni convenzionali sono state escluse, ciò non significa necessariamente che ogni segnalazione rifletta il coinvolgimento di NHI. Gli autori si sono quindi concentrati sui modelli ricorrenti in numerosi casi, confrontandoli con concetti tratti dall’analisi strategica e dall’intelligence umana, quali la logica della ricognizione, i vincoli operativi e i modelli di dispiegamento.
Per chiarezza metodologica, la possibilità di tecnologie umane non divulgate non viene considerata un modello esplicativo plausibile. Tra il 1945 e il 1975, nessuno Stato deteneva la fisica della propulsione, la portata di dispiegamento o la coerenza operativa necessarie per spiegare le tracce osservate.
Focus strategico sulle infrastrutture nucleari
I dati mostrano che durante i primi anni del programma sulle armi nucleari e dei test missilistici e aeronautici, il ristretto numero di installazioni militari statunitensi coinvolte nella guerra atomica ha registrato un’attività UAP da quattro a otto volte superiore a quella di tutti gli altri siti militari messi insieme. Sebbene questo non fosse l’unico fulcro dell’attività UAP, tale tendenza è proseguita negli anni successivi.
Lo studio individua diversi picchi di attività protrattisi per più giorni in coincidenza con importanti sviluppi della guerra atomica statunitense, tra cui il periodo 1949–1951 (espansione delle strutture per le armi atomiche), il 1952 (ondata nazionale), il 1957 (schieramento di missili balistici intercontinentali, ICBM) e gli incidenti della Northern Tier avvenuti tra ottobre e novembre 1975.
Una presenza di ricognizione ridotta e con risorse limitate
Durante questi periodi di maggiore attività, i dati disponibili non mostrano prove evidenti di operazioni sostenute e simultanee in più siti. Anche quando vengono segnalati diversi incidenti nello stesso giorno, le segnalazioni sono spesso separate da diverse ore e da grandi distanze.
Se fosse stata in corso un’operazione più ampia e simultanea su più siti, anche se molti fossero passati inosservati, il modello risultante sarebbe stato nettamente diverso dalla progressione in un unico sito, strettamente sequenziale, che emerge dai dati. Ci si aspetterebbe che un’operazione simultanea, anche in condizioni di scarsa osservabilità, producesse almeno alcune attività sovrapposte o parzialmente simultanee tra le diverse strutture.
Nei 11.322 giorni del set di dati curati relativi al periodo di studio 1945–1975, solo in 27 giorni si sono verificate più di due segnalazioni relative alle forze armate statunitensi nello stesso giorno, e solo in sette giorni il numero ha superato le tre.
Gli eventi del 1975 nella Northern Tier — che si estendono dal 27 ottobre al 12 novembre e coinvolgono quattro strutture strategiche per la guerra atomica — forniscono l’esempio più chiaro: l’attività degli UAP si è sviluppata in una sequenza scaglionata da un sito all’altro, anziché manifestarsi in più luoghi contemporaneamente.
Le attività degli UAP sono caratterizzate da una presenza costante intervallata da brevi periodi di intensificazione pianificata. Ciò contraddice l’ipotesi di una presenza prolungata e su larga scala, suggerendo invece che si tratti di una piccola forza di ricognizione mobile che opera con risorse limitate.
Tuttavia, gli autori sottolineano che questa apparente moderazione non dovrebbe essere interpretata come un’indicazione delle loro capacità potenziali complessive o di intenzioni benevole. Potrebbe semplicemente riflettere le loro attuali risorse limitate.
Adattamento comportamentale nel tempo
Verso la metà degli anni ’60, le operazioni degli UAP erano passate dalle manovre altamente visibili in pieno giorno della fine degli anni ’40 a operazioni prevalentemente notturne e a bassa visibilità.
Le operazioni degli UAP sono passate da manovre diurne altamente visibili alla fine degli anni ’40 a profili prevalentemente notturni e a bassa visibilità verso la metà degli anni ’60.
Questa tendenza è molto chiara. Le manovre effettuate in pieno giorno rappresentavano oltre il 60 per cento delle segnalazioni tra il 1945 e il 1949. Tuttavia, questa cifra è diminuita costantemente, arrivando a rappresentare solo il 5 per cento dell’attività degli UAP entro il 1975.
In particolare, le luci degli UAP si spegnevano ogni volta che gli intercettori si avvicinavano e si riaccendevano una volta che gli aerei si allontanavano. Questo comportamento implica che l’illuminazione fosse un controllo deliberato e che fosse progettata per consentire di essere “visti” in modo limitato; l’illuminazione era fondamentale per la missione (il compito lo richiedeva) o dipendente dal velivolo (il funzionamento del velivolo lo richiedeva), ma comunque disattivabile per eludere il rilevamento. […]
Sia che l’illuminazione servisse a una funzione di missione o fosse intesa a segnalare la presenza, il comportamento implica che la visibilità degli UAP sia selettiva, non passiva. Gli operatori si sono lasciati vedere da lontano, evitando però il contatto ravvicinato, il che è coerente sia con una presentazione controllata della visibilità (o con una presentazione inevitabile della visibilità) sia con una chiara riluttanza a essere intercettati.
Il controllo selettivo della visibilità sembra indicare sia moderazione operativa sia potenziale vulnerabilità. Tuttavia, la storia degli scontri militari suggerisce che gli UAP sembrano in grado di evitare danni anche sotto attacco. Ciò suggerisce che sia in gioco qualche altra preoccupazione riguardo al passaggio a lungo termine a operazioni prevalentemente notturne.
Comportamento coordinato in termini di intelligence
Durante i periodi di picco di attività, le segnalazioni interessano più stati e settori di difesa aerea, suggerendo un modello di ricognizione coordinata piuttosto che anomalie isolate. In altri casi, le segnalazioni riguardano più oggetti o voli in formazione, indicando un’attività di gruppo coordinata, sebbene ancora limitata a una sola regione alla volta.
L’assenza di un’ampia saturazione geografica o di incursioni simultanee quotidiane contraddice l’ipotesi di una presenza su larga scala e prolungata. Sebbene non si possa escludere una limitata concomitanza, la mancanza di una chiara sovrapposizione tra più siti, anche durante le ondate nazionali più intense, rafforza fortemente la valutazione secondo cui le operazioni NHI sono state probabilmente condotte su scala modesta, espressa attraverso movimenti scaglionati da una regione all’altra piuttosto che attraverso un’ampia copertura parallela.
Il numero costante di segnalazioni mensili e lo sviluppo graduale osservato sostengono ulteriormente una presenza operativa continua. Nonostante la diversità nelle descrizioni riportate relative all’NHI, la stabilità dei modelli comportamentali tra i vari indicatori suggerisce un coordinamento da parte di un unico gruppo operativo piuttosto che di più attori indipendenti.
Continuità operativa di lunga durata
Gli autori dello studio sostengono che i fattori identificati — dispiegamento su piccola scala, probabili limitazioni di risorse, una presenza continua che abbraccia tre decenni e un rapido ritiro di fronte a interferenze — richiederebbero una base operativa stabile.
Nel loro insieme, questi elementi di prova indicano un dispiegamento quasi continuo ma a bassa intensità: un ritmo furtivo e ciclico di risorse mobili da un hub locale o da una base segreta.
Un modello comportamentale specifico?
Questo studio si limita alle operazioni condotte sul territorio continentale degli Stati Uniti. Gli autori sottolineano:
L’attività degli UAP nel periodo 1945–1975 è stata segnalata anche a livello globale, in Europa, Sudamerica e altrove, e l’attività simultanea in altre regioni potrebbe indicare una capacità di dispiegamento globale più ampia di quella visibile nel sottoinsieme statunitense. Sebbene non siano incluse in questo studio, analisi indipendenti sull’ondata europea di UAP del 1954 (ad es., Vallée 1969; Michel 1958; Clarke 2015; Ballester Olmos) descrivono costantemente una progressione sequenziale, regione per regione, piuttosto che un’ampia attività concomitante.
Gli avvistamenti si intensificavano in un’area per diversi giorni prima di diminuire e riapparire altrove, una struttura coerente con dispiegamenti scaglionati piuttosto che con operazioni simultanee su più zone. Tuttavia, non è stata effettuata alcuna valutazione globale per determinare se le segnalazioni da una regione all’altra a livello mondiale siano scaglionate o simultanee; questa valutazione aggiuntiva aumenterà la nostra comprensione della presenza operativa più ampia.
Gli autori riconoscono pertanto che solo uno studio globale su larga scala, che copra diversi periodi di tempo distribuiti su diversi anni o decenni, sarebbe in grado di rivelare:
Tendenze a lungo termine nell’intensità dei dispiegamenti
Cambiamenti nell’attenzione geografica
Se l’NHI possa privilegiare basi permanenti o profili di missione «fly-in/fly-out»
Questo approccio fornirebbe un solido quadro di riferimento per valutare la portata, il ritmo e l’evoluzione dell’attività UAP. Consentirebbe inoltre agli analisti di distinguere tra ricognizione localizzata, monitoraggio globale e modelli di coinvolgimento strategico, elementi fondamentali per valutare l’impiego delle risorse e l’intento operativo.
Uno studio di questo tipo richiederebbe la creazione di un database globale sugli UAP curato e armonizzato, ricco di metadati, classificazioni standardizzate e dati temporali precisi. Consentirebbe agli analisti di confermare il modello comportamentale osservato negli Stati Uniti o di rivelare un profilo operativo diverso.
Informazioni sulla Coalizione Scientifica per gli Studi sugli UAP (SCU):
La Coalizione Scientifica per gli Studi sugli UAP (SCU) è un’organizzazione di ricerca interdisciplinare senza scopo di lucro dedicata all’indagine scientifica sui Fenomeni Anomali Non Identificati (UAP).
La SCU è composta da scienziati, ingegneri, ex militari ed ex professionisti dei servizi di intelligence, nonché da esperti delle forze dell’ordine.
Revisione della traduzione dall’inglese di Piero Zanaboni



